Quel che insegna la farfalla

Quando un evento comune genera meraviglia e significato

© di Francesco Pandolfi Balbi

A volte un momento tranquillo può fornire le risposte cercate più a lungo. Scrivevo proprio ieri di come sia possibile utilizzare le ore di sonno per ottenere suggerimenti; in genere emergono nell’arco della giornata sotto forma d’intuizioni, idee che provengono dall’ignoto per approdare nella nostra mente, chiare ed evidenti.

Qualcosa di simile è accaduto a me qualche minuto fa, quando una farfalla dalla bellezza mozzafiato, seguendo un percorso in apparenza indeciso, ha pensato di venire a svolazzare proprio nel luogo dove ero seduto al sole, un angolo di mondo solitario, apparentemente isolato dai fiumi delle azioni che contraddistinguono le nostre vite.

E’ stato un flash, immagine fugace di danzatrice leggiadra vestita di un ampio velo nero sul quale scorrevano, impressi per l’eternità, rivoli di luce del colore del sole.

E’ giunta da dietro, inaspettata, mostrandomi con eleganza e disinvoltura, quasi ostentando sufficienza e civetteria, il suo umile e geniale modo d’essere.
Era da tempo che cercavo un’immagine semplice da usare per ricordare concetti e sfumature che non ero mai riuscito a fissare: libertà, leggerezza, duttilità e intelligenza istintiva unite in un mix silenzioso, eppure esplosivo.

Per trovarla non ho usato la “tecnica del sonno”; diciamo che l’ho chiamata a mezza voce, inconsapevolmente. A volte, specie nei momenti di tranquillità, le nostre richieste riescono a penetrare la soglia della coscienza e a innescare un processo di ricerca quasi automatico.

Potrebbe sembrare una cosa astrusa e irrazionale. Lo è, ma funziona. Non sto dicendo che esiste qualcuno che si prende la briga di spedirci una farfalla per darci una risposta (dovrebbe avere una lista di cose da fare misurabile in anni luce); sto parlando della nostra facoltà cosciente di porci una domanda e della destrezza del nostro inconscio di evidenziare ai nostri occhi un oggetto, un particolare o un evento facendocelo percepire come una risposta.

La farfallona che è venuta a trovarmi andava certamente per la sua strada, ma la “mia via” ha incrociato la sua e questo, oggi, ha significato qualcosa che ieri non avrebbe avuto valenze particolari.

E’ possibile che ieri abbia visto la stessa farfalla senza rendermene conto, il che mi ricorda anche che ogni cosa accade quando e come deve accadere, e che è inutile e controproducente starsi a preoccupare sforzandosi di programmare ogni evento… anche perché, in questo modo, tutto viene previsto e la vita perde inesorabilmente quel sapore che la rende degna d’essere vissuta.

Ho visto le sue ali assecondare nell’aria nervosa correnti invisibili ma reali; danzava incerta eppure sicura seguendo il flusso degli eventi.
Colpo d’aria verso ovest, impennata, colpo d’aria verso sud, abbassa il muso, colpo d’aria verso est… continuamente, così.

Mi ha fatto tornare in mente la nostra facoltà quasi dimenticata di cavalcare le onde, di sfruttare le correnti ascensionali, di assecondare gli eventi traendone vantaggio, forza, per creare una via che conduca a un obiettivo.

Non è più difficile di questo. Il suo sembrava un volteggiare da ubriaca, anima incerta e claudicante senza fini, senza scopi. Non era così; si vedeva che andava da qualche parte e sono sicuro che c’è arrivata davvero.

Per me, ancora bambino di fronte alla meraviglia della vita, è stata importante. Adesso, fra queste righe, posso custodire in eterno uno di quei significati che andrebbero altrimenti persi nel caos dei giorni tutti uguali.

Perciò voglio dirti che è importante portarsi dietro il più semplice dei taccuini e la più umile delle matite, sempre e dovunque. Servono per immortalare i piccoli traguardi della nostra mente, i parti silenziosi del nostro spirito; sono momenti di magia che solitamente dimentichiamo immediatamente se non ci prendiamo la briga di fare loro una “fotografia”.

La vita, in questo modo, diviene gioco e avventura, è pervasa da un senso di magica aspettativa. Ti posso assicurare che portare avanti le incombenze di tutti i giorni sarà molto più piacevole se lo farai con l’entusiasmo dell’attesa di un’altra piccola rivelazione.

Queste piccole chicche di magia mettile su carta… I migliori diari nascono proprio così.

Francesco Pandolfi Balbi

Sono un eremita estroverso. Mi comporto quasi sempre da onda, quasi mai da particella. Amo il silenzio, permette di spaziare con i sensi sin quasi all'infinito. Gli ho dedicato un intero sito. Indago sulle grandi domande di sempre e ho delle risposte. Mie, organiche, discutibili come ogni altra. Metto a frutto i miei giorni per comprendere. E' un gioco di quelli 'bambini' che mi assorbe totalmente. Cerco sempre di condividerlo con chi sento sulla mia stessa lunghezza d'onda. Infatti, per illuminarmi la via, ho sempre usato tre lanterne: la bellezza, l'armonia, l'amore per la condivisione. Mi piace assumermi la responsabilità del mio punto di vista e agisco per creare equilibrio. Ecco perché, tra le altre cose, scrivo libri e, attraverso il sito MAGRAVS Italia, cerco di far conoscere la tecnologia Keshe... una cosa pazzesca che sta cambiando il mondo... Di me parlo anche in questa pagina.

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2 risposte a Quel che insegna la farfalla

  • marzia scrive:

    Il mio momento tranquillo

    Il mio momento tranquillo non è stato rivelato da una farfalla, anche se questa è un’immagine ricorrente dei miei sogni, ma da un fiocco di neve.
    Sì, un momento epifanico, sottolineato da un fiocco di neve caduto sul risvolto del mio cappotto nero.
    Avrò avuto vent’anni, stavo da poco con Andrea.
    Eravamo a Firenze, vicino al mercatino delle pulci, in attesa davanti ad un cinema d’essai.
    Non ricordo né il giorno, né il titolo del film.
    Sarà stato gennaio o febbraio, i mesi più freddi dell’anno.
    Eravamo arrivati con largo anticipo, per non rimanere fuori ed occupare così i posti migliori.
    Ci è sempre piaciuto l’inverno. Uscire col cappotto. Andare al cinema.
    Non è che avessi una domanda o un pensiero che mi stesse a cuore, in quel preciso momento. Solo che eravamo entrambi nella disposizione d’animo di attesa di qualcosa di straordinario, anche se non sapevamo bene cosa.
    I nostri sensi erano immersi in un momento di sospensione temporale, in un oceano di piacevole benessere e, conseguentemente, al massimo delle nostre abilità percettive.
    Ed ecco che un fiocco di neve venne a cadere sul risvolto del mio cappotto.
    Era così minuscolo, piccolo, piccolo.
    Ognuno era immerso nei propri pensieri e non ci dicemmo niente.
    Non una parola, non un gesto di intesa, neppure uno sguardo tra di noi.
    Entrambi però condividemmo la stessa esperienza: lo osservammo discendere, digradare e lentamente adagiarsi sul tessuto.
    Pur nella sua piccolezza, così, ad occhio nudo, lo vedemmo. Un minuscolo cristallo di ghiaccio, perfetto in ogni dettaglio: tre assi perfettamente intersecati in una simmetria esagonale e le sue ramificazioni come foglie di felce.
    La realtà che imita la finzione. Sembrava proprio uno di quei cristalli di plastica trasparente con cui si addobbano le vetrine dei negozi a Natale.
    Un segno di intesa.
    Sentimenti, emozioni ed interessi condivisi.
    Stiamo ancora insieme, io e Andrea.
    E da quattordici anni, ci accompagna una splendida creatura: Camilla.

    Marzia
    29 dicembre 2011

    http://legger.altervista.org/il-mio-momento-tranquillo/
    http://progettointercultura.blogspot.com/2011/03/attivazione-di-ghiandola-pineale.html

  • marzia scrive:

    Il mio momento tranquillo non è stato rivelato da una farfalla, anche se questa è un’immagine ricorrente dei miei sogni, ma da un fiocco di neve.
    Sì, un momento epifanico, sottolineato da un fiocco di neve caduto sul risvolto del mio cappotto nero.
    Avrò avuto vent’anni, stavo da poco con Andrea.
    Eravamo a Firenze, vicino al mercatino delle pulci, in attesa davanti ad un cinema d’essai.
    Non ricordo né il giorno, né il titolo del film.
    Sarà stato gennaio o febbraio, i mesi più freddi dell’anno.
    Eravamo arrivati con largo anticipo, per non rimanere fuori ed occupare così i posti migliori.
    Ci è sempre piaciuto l’inverno. Uscire col cappotto. Andare al cinema.
    Non è che avessi una domanda o un pensiero che mi stesse a cuore, in quel preciso momento. Solo che eravamo entrambi nella disposizione d’animo di attesa di qualcosa di straordinario, anche se non sapevamo bene cosa.
    I nostri sensi erano immersi in un momento di sospensione temporale, in un oceano di piacevole benessere e, conseguentemente, al massimo delle nostre abilità percettive.
    Ed ecco che un fiocco di neve venne a cadere sul risvolto del mio cappotto.
    Era così minuscolo, piccolo, piccolo.
    Ognuno era immerso nei propri pensieri e non ci dicemmo niente.
    Non una parola, non un gesto di intesa, neppure uno sguardo tra di noi.
    Entrambi però condividemmo la stessa esperienza: lo osservammo discendere, digradare e lentamente adagiarsi sul tessuto.
    Pur nella sua piccolezza, così, ad occhio nudo, lo vedemmo. Un un minuscolo cristallo di ghiaccio, perfetto in ogni dettaglio: tre assi perfettamente intersecati in una simmetria esagonale e le sue ramificazioni come foglie di felce.
    La realtà che imita la finzione. Sembrava proprio uno di quei cristalli di plastica trasparente con cui si addobbano le vetrine dei negozi a Natale.
    Un segno di intesa.
    Sentimenti, emozioni ed interessi condivisi.
    Stiamo ancora insieme, io e Andrea.
    E da quattordici anni, ci accompagna una splendida creatura: Camilla.

    Marzia
    29 dicembre 2011

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