Niente per caso

Divertirsi crescendo

Anno di pubblicazione: 2000 – © di Francesco Pandolfi Balbi

Quante volte la nostra vita è stata influenzata da eventi apparentemente poco significativi? A volte è sufficiente svoltare a un incrocio per veder cambiare il futuro.

Erano gli anni ’80, Richard Bach scriveva proprio di questo argomento ponendo l’accento su considerazioni già formulate millenni fa.

Secondo questa corrente di pensiero ogni secondo, sia pure spesso a nostra insaputa, compiamo delle scelte apparentemente insignificanti che, sommate l’una all’altra, ci conducono inesorabilmente in direzione di un futuro comunque deciso da noi.

Esistono poi dei momenti magici, quelli nei quali compiamo una delle solite scelte magari in modo quasi inconsapevole. Da quel momento, senza preavviso, la nostra vita non sarà più la stessa.

Accade, e accade molto più frequentemente di quanto si pensi… In effetti l’uomo dei nostri giorni non presta molta attenzione al significato di ciò che gli capita, preso com’è dall’arrabattarsi per sopravvivere.

Sono molti quelli che cominciano a proclamare un diverso stile di vita. Dicono che per provocare una svolta consapevole nella propria esistenza sia sufficiente iniziare a valutare le piccole cose che accadono, non considerandole solo individualmente, ma nell’insieme evolutivo della nostra vita.

In parole semplici, una frase pronunciata da una persona incontrata per caso in un negozio, o uno slogan letto su un pezzo di carta svolazzante sull’asfalto, possono avere un significato preciso: se si sente il fatidico gong, se la cosa ci dà un senso di dejà vu o ci sembra capitata a puntino, è molto probabile che quello sia un messaggio per noi.

Con questo non voglio certo sostenere a priori l’esistenza di un direttore d’orchestra che si prende la briga di guidarci a ogni piè sospinto… questa è una cosa che ognuno di noi sceglierà di verificare con idee e mezzi propri.
Direi piuttosto che alla nostra mente è senz’altro più gradita quest’immagine: ogni spunto di riflessione è eternamente presente, mentre ciò che muta è il nostro stato interiore che, proprio come una radio, si sintonizza ora su una stazione, ora su un’altra andando così a interagire con universi differenti, anche se co-esistenti nella stessa dimensione.

Certo, per poter credere in questa visuale così insolita occorre rivedere gran parte del nostro abituale modo di considerare la realtà.
Credo che l’uomo dei nostri giorni debba prendere in considerazione qualsiasi indizio che possa prefigurargli un futuro migliore; il suo ruolo di principe di questo pianeta non richiede molto più di questo.

Mi pare che quanto ho riassunto poc’anzi sia proprio uno di tali indizi; accettare di considerarlo con imparzialità potrebbe condurre il cammino di molti individui (e la nostra via, io credo, è in primo luogo individuale) in una direzione più ridente, consentendone l’ingresso in un universo nel quale poche, se non nessuna, sono le cose prive di senso.

Se dunque il mondo nel quale viviamo funzionasse così armoniosamente, parecchie cose cambierebbero nel nostro modo di affrontare i giorni e gli anni a venire.

Come poter davvero credere, senza sentirsi dei cretini, che un normalissimo pezzo di carta possa condurre un messaggio proprio a noi? Il primo passo per rispondere equilibratamente e senza pregiudizi a questo interrogativo consiste nel porsi qualche domanda sulla natura della vita, cosa senz’altro non facile.
Come tutte le cose non facili, però, qualsiasi risultato anche parziale di una simile ricerca, anche se non ci condurrà alle conclusioni desiderate, non mancherà di entusiasmarci.

Chiederci continuamente chi siamo (un’indagine che conduce inevitabilmente alla comprensione della natura di tutte le cose, delle quali ognuno di noi è un riflesso) è a mio avviso il primo dei nostri doveri.

Direi anche che dovrebbe essere l’unico, perché sarebbe sufficiente basarsi sui risultati della ricerca per conoscere in modo del tutto naturale e piacevole qual’è il nostro ruolo all’interno di questo ecosistema e quali siano le modalità d’espressione più indicate per contribuire positivamente al miglioramento della qualità della vita non solo nostra, non solo del genere umano, non solo del pianeta, ma dell’esistenza eterna, assoluta e nonostante questo perfettibile.

Quello che potrebbe proporsi a chi legge è un invito a vivere in modo più empirico, annullando ogni diceria o informazione non direttamente verificabile.

E, nella mia esperienza, il terreno di coltura più adatto alla verifica di tutte le ipotesi è sempre stato uno: la mia vita, ove per vita intendo l’insieme di quanto segue:

– le mie emozioni;

– le mie passioni;

– il mio corpo;

– i pensieri che mi vorticano nella mente, fra i quali è imperativo riconoscere quelli provenienti da me stesso, separandoli dall’oceano di quelli che filtrano dall’esterno;

– le mie percezioni in senso lato, ovvero il continuo flusso di dati che giunge attraverso i sensi e che, seppure notoriamente caotico, potrebbe racchiudere enormi quantità di indizi e segnali sul mio presente, sul mio passato e sul mio futuro.
Ripeto: sintonizzati sul tuo obiettivo e il caos che ti circonda comincerà ad avere un senso, ne emergeranno le informazioni che stai cercando;

– quella componente di me stesso che a volte mi dà certezze assolute, sebbene non verificabili attraverso i tradizionali metodi d’accertamento.
E’ questo l’elemento che desta da secoli maggiori controversie trattandosi di una facoltà comune a tutti, ma poco conosciuta e utilizzata; anzi, direi che è stata screditata da un’epoca nella quale la ragione sembra prevalere su ogni cosa.

A mio avviso occorre semplicemente discernere e capire: la razionalità non è la nostra essenza, ma solo uno dei molti strumenti dei quali possiamo scegliere di disporre. Insieme agli altri ci aiuta a comprendere e a valutare, ma non ne dissocerei molto l’immagine da quella di un computer.

Le vere redini della nostra vita risiedono nell’intelligenza, quella facoltà suprema che utilizza i sensi, l’intuito, l’emozione e una miriade di altri strumenti come fonti d’informazione, per poi confrontarne i dati tramite il computer della ragione che va sempre e comunque impostato, seguito e controllato.

Ed i risultati, inevitabilmente, non vanno presi alla lettera, ma interpretati, inseriti nella più ampia delle visuali: quella che spazia utilizzando ancora una volta ogni nostro strumento d’indagine e di conoscenza. Se questi strumenti li abbiamo, dovrebbe essere abbastanza logico pensare che possano essere utili, invece di catalogarli come errori inesplicabili di Madre Natura.

In questo senso, ogni piano della nostra esistenza assume il valore di settore di una ricerca coordinata su più fronti, e a questo punto è anche realmente possibile divertirsi nell’esplorazione delle nostre emozioni, delle nostre passioni, delle nostre vecchie, traballanti certezze.

Le risa e il sorriso nei propri stessi confronti potrebbero realmente diventare i migliori compagni di viaggio di ogni essere umano, e l’Intelligenza sta certamente per essere ricordata e riconosciuta come l’unico e autentico Principio Maschile dell’Esistenza (Intelligenza=informazione=Principio Maschile, Energia indifferenziata=Principio Femminile).

Ecco, quindi, che torna sul trono che le compete da sempre ed entra in assonanza con il significato di parole abusate, quasi mai comprese a sufficienza: Spirito, Essenza, Padre.

E’ questo un crocevia significativo nell’evoluzione del pensiero umano. Ognuno di noi, in particolare in questo momento, è solo, in gioiosa o terribile compagnia di se stesso.

Certo, se si rinuncia a vivere nella fede del caos e si decide di credere (sì, che io sappia anche questo può essere solo frutto di una nostra scelta) nella giustizia e nella sensatezza eterne, qualche congettura emerge inevitabilmente. Viene da pensare che questa nostra Intelligenza sia una parte minuscola di quella che DEVE aver creato l’universo e che DEVE, in ogni momento, continuare a coordinarne le infinite espressioni.

Viene da sentirsi come una pur minuscola, ma insostituibile cellula fisica, spirituale e mentale appartenente a un organismo vasto quanto la vita, proprio come le cellule che compongono il nostro corpo possiedono un’intelligenza molto più profonda di quanto molti di noi abbiano mai pensato.

Francesco Pandolfi Balbi

Sono un eremita estroverso. Mi comporto quasi sempre da onda, quasi mai da particella. Amo il silenzio, permette di spaziare con i sensi sin quasi all'infinito. Gli ho dedicato un intero sito. Indago sulle grandi domande di sempre e ho delle risposte. Mie, organiche, discutibili come ogni altra. Metto a frutto i miei giorni per comprendere. E' un gioco di quelli 'bambini' che mi assorbe totalmente. Cerco sempre di condividerlo con chi sento sulla mia stessa lunghezza d'onda. Infatti, per illuminarmi la via, ho sempre usato tre lanterne: la bellezza, l'armonia, l'amore per la condivisione. Mi piace assumermi la responsabilità del mio punto di vista e agisco per creare equilibrio. Ecco perché, tra le altre cose, scrivo libri e, attraverso il sito MAGRAVS Italia, cerco di far conoscere la tecnologia Keshe... una cosa pazzesca che sta cambiando il mondo... Di me parlo anche in questa pagina.

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Una risposta a Niente per caso

  • marzia scrive:

    Una visione

    Quanto ha ragione Richard Bach nel sottolineare l’importanza di “…portarsi sempre dietro… il taccuino dei pensieri fuggevoli”.
    Non è un’idea improvvisa, né un sogno ciò che voglio raccontare, ma una visione, avuta esattamente un anno fa, il 22 gennaio 2011.
    Era passata da un po’ la mezzanotte, tornavamo da un curioso concerto jazz: The Roar at the Door.

    Nel piccolo teatro di Marcialla, un borghetto immerso nella campagna toscana a pochi chilometri da Certaldo, si era esibito un quartetto veramente degno di nota:
    – Francesco Bearzatti, al Sax;
    – Raffaello Pareti, al contrabbasso;
    – Mauro Ottolini, al trombone;
    – Walter Paoli, alla batteria.

    Dai toni più di uno spettacolo clownesco-circense che di un evento musicale, vuoi per il carattere istrionico di Ottolini, vuoi per l’ironia di Bearzatti, il concerto ci aveva lasciato un saporino buono in bocca, saporino lasciato anche dal ricordo di una pizza pomodoro, acciughe, capperi, olive e peperoncino, proprio come piace a me, divorata in un localino per nottambuli poco distante dal teatro.

    Placati i morsi della fame, per la cena saltata, siamo risaliti in macchina diretti a casa.
    Scendevamo giù per i tornanti, proseguendo pian piano lungo la strada in discesa che serpeggiava tra vigne e oliveti, satolli nell’anima e nel corpo. Non c’era alcun bisogno di correre.
    Immersi nell’oscurità, a bordo dell’auto che scivolava lenta, eravamo presenti a noi stessi. Due entità separate io e Andrea, ma le nostre percezioni erano ben sintonizzate sullo stesso canale.

    Solitamente in questi momenti accade qualcosa.
    Solitamente l’impatto è drammatico e devastante, ma non quella volta.
    Nel cono di luce dei fari, una visione improvvisa.
    Un’immagine in bianco e nero si era venuta a creare.
    Un arco nell’aria: con tre balzi eleganti tre cerbiatti, si sono fatti avanti, uno dietro l’altro, esponendosi al rischio dell’attraversata.

    Il piede ancora sull’acceleratore.
    Non c’è stato bisogno neppure di frenare, da quanto andavamo piano.
    Puf… puf… puf…
    silenziosissimi, come su un tappeto di ovatta, hanno attraversato.
    I nostri sguardi si sono incrociati.
    Il fiato ci è venuto meno.
    Chissà quale messaggio volevano condurre a noi.

    Marzia
    22 gennaio 2012

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