Comunicare bene per vivere al meglio

Nell’immensa Babele della nostra società è ancora possibile farlo

Qualsiasi forma di comunicazione ha bisogno, per essere efficiente, di almeno due elementi: l’utilizzo di un protocollo comune (per esempio: dare lo stesso significato alle parole) e l’assenza di disturbi (esempio: il rumore presente intorno a noi).

Sembrano cose scontate ma non lo sono, tant’è che la maggior parte dei nostri tentativi d’interagire con il prossimo incontra una serie di difficoltà che molto spesso generano delusioni, ferite e, di conseguenza, la riluttanza a tentare ancora.

Invece di rinunciare e chiuderci in noi stessi, potremmo giocare un po’ ad analizzare alcune delle difficoltà che incontriamo, vedere cosa si può fare per rendere più chiaro e intelligibile il senso di quanto trasmettiamo.

Certamente la problematica presenta due aspetti: non è sufficiente trasmettere bene, occorre anche imparare a interpretare adeguatamente i segnali che pervengono a noi. In altre parole: occorre saper parlare, ma è anche necessario saper ascoltare.

Vediamo ora di analizzare le nostre modalità di comunicazione utilizzando delle analogie. Per agire adeguatamente occorrono: un elemento trasmittente e uno ricevente, nonché un mezzo che risulti idoneo a veicolare le informazioni. Tu parli, io ascolto, ciò che viene trasmesso da te a me sono suoni (informazioni) codificati secondo significati prestabiliti (protocolli). Del resto il nostro cervello, ricordiamolo, anche se avanzatissimo è pur sempre un computer.

Ovviamente stiamo ipotizzando una situazione ideale che solo con le macchine è possibile raggiungere. I modem, per esempio, avviano ogni comunicazione con uno scambio d’informazioni che li porta a individuare un protocollo comune e non avviano lo scambio dei dati se tale protocollo non è stato determinato. Che senso avrebbe?

Dovremmo imparare a fare altrettanto, perché un essere umano che non riesce a comunicare è una persona fortemente menomata e sofferente. A volte, di fronte a un soggetto che utilizza le parole attribuendo loro un significato diverso dal nostro, è opportuno accordarsi su una reciproca disponibilità a confrontare tali significati. In assenza di questo è molto meglio tacere, non inquinare l’ambiente con segnali sparati a caso e quindi non comprensibili, e dedicare tempo ed energie a scopi più costruttivi.

Il problema dei protocolli, nel caso della comunicazione umana, si fa sempre più pressante. E’ determinato dalle differenze culturali e dall’esperienza individuale, nonché complicato enormemente dal caos di informazioni spesso inutili, contraddittorie e propagandistiche dei media.

Certo, nel caso di un perugino che si trovasse a parlare con un neozelandese i pericoli sarebbero pochi: entrambe le persone, ben consapevoli delle difficoltà, affronterebbero la comunicazione con scrupolo e disponibilità massime e, sia pur con enorme lentezza, giungerebbero in qualche modo a una reciproca comprensione.

Il problema vero potrebbe sorgere se lo stesso perugino si trovasse a conversare, ad esempio, con un calabrese. Entrambi potrebbero dare erroneamente per scontato di parlare la stessa lingua utilizzando le parole con pochissimo scrupolo, finché il perugino forse direbbe al calabrese: Allora lei è un bravo babbo!, e vedrebbe il suo interlocutore, paonazzo per la rabbia, partire in quarta con uno sproloquio d’improperi perché babbo, in Calabria, vuol dire tonto.

Forse un buon espediente per evitare equivoci, malintesi e occhi neri, sarebbe semplicemente quello di chiedere spiegazioni sul significato di quanto appena udito, prima di prendersela dando per scontate le intenzioni del nostro interlocutore. La scoperta di un diverso uso della frase o della parola in oggetto sarebbe molto probabile.

Ecco quindi il nostro problema, vasto e complesso: siamo abituati a etichettare qualunque cosa e qualsiasi persona senza preoccuparci di coglierne l’unicità. Poiché così fanno davvero in molti, già da parecchio tempo si sono create delle fazioni, nelle quali ognuno di noi può o meno identificarsi o essere identificato dal prossimo.

Le persone non sono più dei mondi unici da scoprire, sono solo un insieme di aggettivi. Così, a volte, l’universo Francesco Pandolfi Balbi diventa quello che scrive, non va al bar, non gliene frega niente di sapere nome, cognome, vita, morte apparente e miracoli dei componenti di ventiquattromila squadre composte da ventidue individui che corrono dietro a un pallone, e si fa i cazzi propri – non quelli degli altri – quindi è un musone, un matto, un violento, un vigliacco… uno strano o, comunque, un elemento da evitare.

Un individuo classificato come strano non incuriosisce, spaventa. Viene escluso dal povero mondo composto di certezze piccole piccole, quello caratteristico delle persone che hanno rinunciato a vivere e a capire e si scannano per i colori di una squadra o di un partito, o per la forma di una croce.

Sì, il problema è sempre lo stesso: l’uomo continua a SEPARARE, quando invece dovrebbe capire che siamo fatti tutti della stessa pasta e che ognuno di noi accumula giorno dopo giorno esperienze e informazioni che potrebbero e dovrebbero essere utili per tutti.

Sembra di essere all’asilo: Quella ha la pisellina, io invece ho il pisellino; allora lei è diversa, non fa parte del mio gruppo. Esclusione, diffidenza; mai la disponibilità a comprendere le sfumature di un linguaggio verbale e gestuale inevitabilmente differente perché caratteristico di un gruppo diverso, eppure portatore di qualcosa di nuovo e comunque prezioso. Accade, e accade soprattutto, purtroppo, fra maschietti e femminucce. E la nevrosi impera.

Forse occorre ricordare che in natura ciò che crea l’evoluzione è la DIFFERENZA; ovunque regni l’indifferenziato la morte sarà presto di casa.

E poi… il consumismo: ci ha portato a preferire la quantità alla qualità, e gli effetti si vedono anche nel nostro modo di comunicare. Parla pure, parla, tanto tutti sproloquiano per sentirsi vivi facendo rumore… nessuno ti ascolterà.

Ebbene, le cose possono cambiare. Bastano un pochino di scrupolo e d’intelligenza, e la voglia di giocare un po’ con se stessi per il piacere di scoprire i miliardi di mondi colorati che gravitano e respirano intorno a noi.

Francesco Pandolfi Balbi

Sono un eremita estroverso. Mi comporto quasi sempre da onda, quasi mai da particella. Amo il silenzio, permette di spaziare con i sensi sin quasi all'infinito. Gli ho dedicato un intero sito. Indago sulle grandi domande di sempre e ho delle risposte. Mie, organiche, discutibili come ogni altra. Metto a frutto i miei giorni per comprendere. E' un gioco di quelli 'bambini' che mi assorbe totalmente. Cerco sempre di condividerlo con chi sento sulla mia stessa lunghezza d'onda. Infatti, per illuminarmi la via, ho sempre usato tre lanterne: la bellezza, l'armonia, l'amore per la condivisione. Mi piace assumermi la responsabilità del mio punto di vista e agisco per creare equilibrio. Ecco perché, tra le altre cose, scrivo libri e, attraverso il sito MAGRAVS Italia, cerco di far conoscere la tecnologia Keshe... una cosa pazzesca che sta cambiando il mondo... Di me parlo anche in questa pagina.

Les derniers articles par Francesco Pandolfi Balbi (tout voir)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *